"Al culmine delle emozioni" di Maria Rosaria Ferrara
- exlibrislibri

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Oggi con grande gioia vi presento l’ultima, ma non meno importante, recensione del trimestre.
Ho deciso, a malincuore, che chiuderò almeno fino a giugno le candidature, perché in tutta onestà ho troppi impegni di lavoro per poterci stare dietro come vorrei. Inoltre, vorrei ampliare la portata e ristrutturare un po’ le grafiche e l’asset del blog, perché così com’è non mi piace.
Insomma, devo lavorarci su. Non mi dispiacerebbe scrivere articoli, però, come scrivevo sopra, il tempo è scarso.

Ma parliamo di Maria Rosaria Ferrara e del suo libro “Al culmine delle emozioni”, pubblicato da “Lulù che fa storie”, un collettivo di autori indipendenti.
Premetto che questa è una recensione molto difficile da scrivere e spero di poterlo fare nel migliore dei modi, di esserne all'altezza. Principalmente perché in poche pagine l’autrice ha scavato voragini e affrontato un tema di cui oggi si comincia a parlare sempre di più, ma non senza una certa fatica e tante polemiche: il perpetuarsi del trauma intergenerazionale e la difficoltà estrema di questa generazione ponte, che affronta il dolore di svincolarsi da retaggi e ruoli patriarcali e soffocanti, ormai desueti, andando contro quelli che sono schemi familiari irrespirabili, perpetuati nel tempo.
Ed è proprio così che inizia la storia: con una nonna che, all’improvviso, decide di scomparire, ma che prima di farlo sceglie di raccontarsi all’amata nipote in una lettera, in cui parla della ragazza libera che era, dei sogni a cui ha rinunciato per chiudersi nella gabbia delle responsabilità, del coraggio mancato.
Si mette completamente a nudo, sdoganando un’altra scomoda verità: non sempre l’amore della vita è quello che sposiamo. E l’amore che la nonna sceglie di raccontare alla nipote non è quello per il nonno, suo marito, spiegandole che il nonno è stato, invece, l’amore che ha ricomposto i cocci di quello infranto.
La nipote comincia a leggerla, sotto la pioggia, prima in casa e poi in biblioteca, e dalle righe della nonna pian piano inizia a fare i conti con sé stessa e a capire che la sua è una famiglia disfunzionale, che l’ha voluta rivale della sua stessa sorella, una condizione a cui si rifiuta di sottostare.
In qualche modo, questa storia è una mano tesa, una riconciliazione tra le generazioni, che forse è utopico sperare nella realtà, ma che, in qualche modo, aiuta chi ha subito sulla propria pelle i danni di genitori e nonni forse non pronti per esserlo, a trovare un po’ di pace.
Eppure, basterebbe così poco: basta una nonna onesta con sé stessa, come in questa storia, che, nella vecchiaia, prende consapevolezza di essere umana, di essere imperfetta e di aver commesso l’errore di non aver vissuto intensamente ogni istante per paura, e decide di riscattarsi, per sé in primis (ricercando “la ragazza folle” che era… perché il tempo e la vecchiaia non sono una scusante per continuare a tradire noi stessi), e per l’amore immenso che porta a sua nipote, esortandola a non ripetere gli errori che lei commise verso sua figlia, a spezzare le catene dell’apprensione e a vivere intensamente, libera dai pregiudizi e dalle aspettative altrui. Di lasciare un'eredità diversa, fatta di più speranza.
Non siamo cestini dell’irrisolto dei nostri ascendenti e non dobbiamo prestarci a esserlo: credo sia un messaggio importante che l’autrice vuole trasmettere. Ed è un’eredità lacerante, perché quando si prende consapevolezza di essersi rinnegati, restare indifferenti e tacere, in ambito familiare, è praticamente impossibile.
E allora diventi quella che crea conflitto, perché diciamoci la verità, proprio a nessuno piace mettersi in discussione. Diventi quella scomoda, che non si piega allo status quo e che fa polemica solo per il gusto di farlo. Quella “matta”, quella del “perché non fai come tua sorella/cugina/amica…”.
Potrei scriverci intere enciclopedie su tutte le volte che “ho polemizzato” in questo ultimo anno. In cui ho felicemente smesso di assecondare le aspettative di chi mi voleva diversa. Sono diventata più antipatica a tanti, forse, ma più simpatica a me. Per questo, quando sono incappata in questa proposta, l’ho accettata, perché avevo intuito tra le righe la sensibilità e il valore dell’autrice. Eppure, non immaginavo che mi sarei rispecchiata così tanto. Soprattutto quando Maria Rosaria affronta il tema del coraggio di vivere la propria storia.
“Ah, come sappiamo raccontarcele bene, le bugie, quando abbiamo paura! Finiamo, addirittura, per barare sui nostri stessi sogni e inventarci alibi infiniti. Fino al giorno in cui non possiamo più ignorare la realtà: la vita offre opportunità che a volte non sappiamo leggere perché sembrano gravide di sacrifici. Sangue che abbiamo paura di versare. Più andiamo avanti, più diventa arduo il passo da compiere. Anche se sappiamo che conduce all’aria aperta, al respiro, al sollievo. Perdiamo infiniti istanti sul bordo prima del salto; e ogni minuto di esitazione rende il trampolino più lungo davanti a noi; il mare più profondo. Poi arriva un momento in cui la voce della nostra essenza esplode in un urlo assordante. In quel punto, lo spirito di sopravvivenza chiede riscatto. La vita finisce solo quando esali l’ultimo respiro.”
Ecco, io ho avvertito il cuore sprofondarmi dentro quando ho letto queste frasi. Perché la voce della mia essenza, di chi sono davvero, l’ho sentita esplodere e urlare un anno fa. Allora ho capito che, se proprio avessi dovuto “versare sangue”, per parafrasare le parole dell’autrice, lo avrei fatto per me, solo per me e per nessun altro. Meravigliosamente egoista, per una volta sola nella vita, solo per quello che volevo davvero diventare, a tutti i costi.
Così ho deciso di ricominciare tutto daccapo: sto ristudiando per riscrivermi al test dell’università, dopo dodici anni di studi, una laurea magistrale e una specializzazione ancora in corso.
E sicuramente non c’entra nulla con questa recensione, ma io devo dirlo: mi spaventa, sapete, mi spaventa da morire. Ogni giorno vivo col tarlo che sia una follia, però non riesco a non provarci. Anche se voglio diventare madre. Anche se devo comunque lavorare. Perché io voglio che mio figlio, un giorno, abbia una mamma coraggiosa, che non si è arresa davanti a niente.
Perché? Perché è una questione di identità che io, tanti anni fa, come tante altre donne, ho visto strapparmi via dalle dita in nome della sicurezza. Perché, come spiega anche l’autrice, commettiamo l’errore di barattare la certezza con la felicità.
Ma non esistono certezze, in questo mondo. Né gli dèi, se esistono, ci hanno dato la sicurezza di poterci reincarnare in mille vite. Per quel che ne sappiamo, ne abbiamo una e basta. E sarebbe un peccato doverla rinnegare solo per il peso delle aspettative altrui.
E l’autrice lo spiega in questo passaggio esplicito, dove la nonna, nella sua lettera, dice:
“Ti ho vista cedere al peso di tutte le volte in cui hai taciuto per non disturbare, per non alterare l’equilibrio di nessuno. Ti ho vista esplodere poi, incapace di trattenere il fuoco che ti bruciava tutto dentro. Tu, materiale incandescente. Come me. Quelle come noi non si lasciano addomesticare. Provano tutti a dirci cosa dobbiamo fare, dove stare, chi essere. Ma noi abbiamo un impulso che ci spinge lontano. Sempre. Quelle come noi non appartengono a questo mondo né a nessun altro che non sentiamo nascere dentro. E anche se troviamo il coraggio di inseguirlo e viverlo, non è detto che ci sia concessa la pace.”
Ecco, quanto dolore costa rinunciare a essere “io” per diventare tutte “la brava bambina”. Ne abbiamo sofferto in tante e ne soffriamo ancora. Ma se scegliamo, come fa l’autrice, di usare la parola per diffondere il messaggio che non esiste ricchezza più grande della nostra vocazione e unicità, forse abbiamo ancora la speranza di poterci emancipare da tutti quei ruoli sterili, che non sentiamo appartenerci nel profondo.
Per fortuna, esistono i libri come questo. Che arrivano come la pioggia e ci ribattezzano nuovi per ricordarci quanta vita diamo invano, a volte, prima di vivere noi.
Vorrei che questo libro fosse letto da tante donne che conosco, perché ne avrebbero bisogno per risvegliarsi. È un libro che ho pensato di regalare a mia sorella, che è più giovane di me… ma in fondo, credo non ne abbia bisogno. Per fortuna, lei non è me. È migliore di e io sono fiera che lo sia. E questo l’ho capito qualche giorno fa, quando è diventata ciò che ha sempre detto di voler essere, fregandosene delle aspettative di una famiglia paterna ripiegata su se stessa e sulle proprie visioni distorte e superate della realtà, che la voleva annullare in un'identità non sua.
Come l’autrice, ho compreso che oggi abbiamo la possibilità (e forse anche il dovere), come donne, di lasciare un’eredità di maggior amore e rispetto verso noi stesse alle donne che verranno dopo.
Il finale l’ho immaginato prima ancora di finire o, per meglio dire, l’ho sperato con tutta me stessa: per la nipote, per la nonna e soprattutto per tutte quante noi.
Ringrazio Maria Rosaria per la sua storia meravigliosa e per l'attesa.
Vostra,
Ex Libris.




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