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"Ingranaggi umani" di Laura Castellani

  • Immagine del redattore: exlibrislibri
    exlibrislibri
  • 6 mag
  • Tempo di lettura: 5 min

Ciao a tutti!


Come potete vedere, ho cambiato un po' l'assetto del blog, in questi giorni, e questo ha contribuito non poco a rallentare i miei post IG e le mie letture.

Sto ancora sistemando la grafica per la versione mobile, ma ci siamo quasi e oggi ho deciso che era tempo di parlarvi di un libro molto particolare: Ingranaggi umani, di Laura Castellani, edito da Delrai Edizioni.

 



Quando ho ricevuto la lista delle proposte di lettura ero molto indecisa: si trattava di libri bellissimi e scegliere non è stato semplice. Però poi, come sempre, mi sono lasciata guidare dall’istinto. Ero attratta dal titolo ed ero convinta che nascondesse un significato preciso. Infatti, così è stato.


In Ingranaggi umani Laura Castellani ci trascina dentro la realtà opprimente di un ambiente lavorativo tossico e malsano. Uno di quelli che, prima o poi, quasi tutti finiamo per conoscere sulla nostra pelle, pagandone conseguenze psicologiche e fisiche a un prezzo altissimo: non ho vergogna ad ammettere che questo libro mi ha toccata da vicino, perché vivo una realtà simile, che mi rende profondamente infelice, dalla quale spero di riuscire a uscire presto.


Laura decide di presentarci quattro “prototipi” umani che potrebbero tranquillamente condividere con noi la stanza dell'ufficio ogni giorno: il Normodotato, la Sibilatrice, lo Zerbino e il Resiliente. Di ciascuno ci traccia un ritratto psicologico dettagliato, feroce.

Non è un passaggio graduale, tutt'altro: l’autrice, fin dalle prime righe, ci annega nell’irrisolutezza del Normodotato, nei pettegolezzi velenosi della Sibilatrice, nella servilità dello Zerbino, nella lucidissima follia del Resiliente.

La cosa che più mi è piaciuta di più è che l'autrice non prova mai ad addolcirli agli occhi del lettore: in "Ingranaggi umani" non c’è spazio per la misericordia. Non ci offre mai alcun appiglio per compatirli in qualche modo, solo realismo nudo e crudo.

Solo la verità di quanto, a volte, l’essere umano possa spingersi verso vette inimmaginabili di mediocrità e arrivismo.


All’inizio ero disorientata, lo ammetto, perché non avevo compreso subito l’intento dell’autrice. Poi ho capito che lo scopo era portare il lettore a sperimentare la stessa frustrazione soffocante generata dalla mediocrità dei personaggi, e capire cosa ci rimane addosso una volta chiuso il libro.


Io, mentre leggevo le prime pagine sul Normodotato, ero arrivata al punto di voler distruggere a martellate le mattonelle del mio bagno. Ma ignoravo che quello fosse soltanto l’inizio: quando è arrivata la Sibilatrice, vi giuro che ho avuto una voglia malsana di appendere ovunque quadri con i passaggi che la riguardavano, per diffonderli a chiunque.

Perché, credetemi, i Sibilatori e le Sibilatrici sono ovunque e sono il male del mondo, non solo sul posto di lavoro.

E se non li conosci, vuol dire che il Sibilatore sei proprio tu.


Il messaggio che trasmette questo libro è una verità che conosco da tempo, e che tutti conosciamo: Ingranaggi umani non è soltanto un ritratto psicologico delle nevrosi umane, ma, a suo modo, assume i contorni di una vera e propria critica sociale.


Perché racconta gli effetti collaterali di un modo tossico, paternalistico e ormai profondamente anacronistico di vivere il lavoro. Un modello che in Italia continua a esistere ovunque, radicato così a fondo da essere considerato normale, quando normale non lo è affatto. Ed esiste perché le politiche sociali inesistenti sul benessere psicologico e sulla tutela dei lavoratori vogliono che continui a esistere.


Laura Castellani mette il lettore davanti a una realtà che tanti lavoratori sani fingono di non vedere, continuando a ingoiare bile per la convivenza forzata con soggetti malsani, in ambienti costruiti sulla manipolazione e sulla competitività sfrenata, perché sentono di non avere scelta e forse davvero non ce l’hanno.


Ed è proprio questo che, secondo me, rende il testo così disturbante e impossibile da abbandonare: il fatto che non parli di “mostri” eccezionali, ma di persone dall'aspetto comune. Colleghi, superiori, dinamiche che tutti conosciamo benissimo. L'autrice dipinge gli effetti dell’essere umano ridotto a ingranaggio, a mero erogatore di prestazioni più o meno utili, a un numero.


Io non ho una posizione morbida, quindi forse non potrei mai lavorare nelle Risorse Umane, che nel 99% dei casi tutto hanno tranne che umanità. La verità è che, se alimenti o non correggi questo sistema, sei in malafede, senza se e senza ma. Perché significa soltanto perpetuare infelicità, frustrazione e violenza psicologica normalizzata.


E quindi? Sto dicendo che lì dentro si sono tutti meritati la lucida follia del Resiliente?


Io sfido chiunque, nei momenti più bui, a non aver empatizzato neanche per un secondo con lui. Ammetto serenamente che due giorni fa ero sul punto di mandargli un mazzo di fiori per ringraziarlo del suo gesto, con il quale ha dimostrato almeno di avere il fegato di agire direttamente, a differenza dei suoi colleghi. E perchè no, anche a differenza mia, talvolta.


Dovrei giudicarlo male, dovrei condannarlo. E invece lo capisco. Non lo giustifico, ovviamente, ma lo capisco, perché comprendo appieno potenzialità letale del perpetuarsi di certe dinamiche assurde. La sua follia, forse, era l’unica cosa vagamente umana rimasta lì dentro, nascosta dalla facciata tremenda e oppressiva di un mobbing normalizzato, quello che si annida negli uffici, nei corridoi, nelle pause caffè, nelle riunioni inutili, nei sorrisi falsi e nei pettegolezzi sussurrati.

Durante la lettura mi sono ritrovata più volte a cogliere un profondo sarcasmo tra le righe, ed è secondo me inevitabile provarlo: è una sorta di meccanismo di sopravvivenza che la psiche adotta davanti alla miseria emotiva e disumana di certi comportamenti quotidiani.


L’autrice ha il grande merito di farti comprendere che, alla fine della storia, forse la parte più inquietante non è il Resiliente in sé, ma tutti i perversi ingranaggi umani che hanno contribuito a renderlo così così. Lui non è che una pistola caricata da altri, che spara non solo perché lui ha premuto il grilletto, ma anche perché altri hanno tolto la sicura.


Però resta anche un po’ di sollievo, alla fine. La consapevolezza che, se non siamo nati Normodotati, Sibilatori, Zerbini o Resilienti, non siamo obbligati a restare in un mondo così, nè soprattutto siamo obbligati a diventare come loro. Il mondo sta cambiando e io sento che questa evoluzione, per quanto complicata, per quanto sofferta, arriverà a un lieto fine. Forse io non lo vedrò, ma la leggo negli occhi di mia sorella minore e nei miei colleghi più giovani la voglia di cambiamento, la vera esplosione. Il voler lavorare per vivere e non vivere per lavorare. Perchè è questo che in fondo ai quattro personaggi manca, questo hanno in comune: l'assenza di una vita vera.

Vita che ognuno di noi ha il diritto di costruirsi nel migliore dei modi, per tutto il tempo che ci è dato viverla. Perciò, se riusciamo a essere abbastanza forti da mantenere sani i nostri ingranaggi e orientarli verso l’umanità, possiamo sempre scegliere di salvarci.


Ringrazio di cuore Laura, per la storia che ha scelto di raccontare.


A presto,


Vostra Ex Libris



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